FIABE DA TAVOLO

Lungo un lato della Sala Squarzina, il foyer al primo piano del Teatro Argentina di Roma, un tavolo basso è sistemato davanti a una sedia vuota; accatastate accanto ci sono quattro vecchie valigie; a vegliare su questa composizione un unico faro che getta brevi ombre. Davanti, la piccola platea ospita genitori e figli, questi ultimi raccolti a gambe incrociate su dei cuscini stesi a terra. Fabrizio Pallara guadagna la scena e spiega la natura errante della fiaba, parla di storie che fanno il giro del mondo. Poi siede, aziona con un tocco un invisibile interruttore e una musica ci accompagnerà nel viaggio.
Fiabe da Tavolo è un solo della compagnia romana teatrodelleapparizioni, inserito nel focus monografico Ritratto d’artista, che il Teatro di Roma dedica ad alcune compagnie del territorio ma attive a livello internazionale. Lo spettacolo sta facendo il giro del paese a raccontare favole antiche e moderne, celebri e nascoste, di fronte a un’attenzione davvero cristallina, sollecitata da un voto totale alla semplicità. Come già splendidamente in Il tenace soldatino di piombo – anch’esso incluso in questa monografica – Pallara innesta il compito dell’aedo in una sessione di gioco individuale, ma sempre attenta allo sguardo dello spettatore. Dalle valigie estrae piccoli oggetti, figurine in scala e materiale da costruzione, per comporre di fronte agli occhi di bambini e adulti un racconto animato gentile e però approfondito.
Il pesciolino d’oro di Puškin arricchisce la vita del povero pescatore e di sua moglie, esaudendo i desideri di lei che vorrebbero una casa più grande, poi un palazzo, poi un castello. Una struttura di mattoncini si monta sull’altra ingigantendo la prospettiva e lasciando i due omini sempre più piccoli. Hansel e Gretel lasciano vere molliche di pane, l’attore se le mangia facendo la parte degli uccelli, la casa di marzapane è un sacchetto colmo di caramelle e marshmallow che fa venire l’acquolina in bocca. Ma se i fratellini, scampati alla strega, troveranno la ricchezza vendendo dolciumi, ai bambini in sala viene offerta una singola pralina di cioccolato, per insegnare la misura.
L’atto di “pescare” dal repertorio tradizionale è funzionale a un’educazione dell’attenzione, che risolve in sottili ellissi di senso i nodi cardine della cultura popolare. Su questa operazione regna dunque un’atmosfera sommessa, divertita ma magica, il confine tra apologo e morale non è mai delineato in maniera didascalica e, soprattutto, alla lezione facile si preferiscono problematiche vivide, un’argomentazione retorica che stimola lo spirito critico.
Un religioso silenzio domina la platea, fino a quando, ad applausi già scrosciati, una bimba chiede che cosa contengano le altre due valigie. Pallara concede un bis – Tre porcellini quasi del tutto ritratti per immagini, con un mazzo di cartoline a descriverne il viaggio; paglia, bastoncini di legno e mattoncini a costruire le case; un baffo di cartone e il soffiare forsennato a materializzare il lupo – ma lascia chiusa la quarta valigia valigia, attorno a essa la curiosità di tutti. È tempo di andare. Qualcun altro, chissà dove, aprirà una nuova scatola, per ascoltarne la voce.

Sergio Lo Gatto

I MUSICANTI DI BREMA

È sempre stata una di quelle favole conosciuta a memoria dall’inizio alla fine, per quella consueta trasmissione orale e per le inconfondibili illustrazioni, ma tuttavia poco sorprendente per i bambini, il cui disinteresse è attribuibile, chissà, alla mancanza dell’elemento fiabesco, rappresentato da principi e principesse, streghe e mostri.
I musicanti di Brema è ora diventata occasione per l’incontro di due compagnie romane molto vicine l’una all’altra per poetiche similitudini, coincidenti nell’intendere il teatro come spazio di narrazione condivisa, di lettura del presente per la scrittura di storie proiettate al futuro, che si vorrebbe passibile di cambiamento per gli spettatori di domani, grandi e/o piccoli che siano. Fabrizio Pallara dirige lo spettacolo omonimo alla favola dei Fratelli Grimm pensato insieme al duo Bartolini/Baronio, portando nella sala del Teatro India la vivacità chiassosa e incuriosita dei tanti bambini che riempiono la platea, dove capita di riconoscere anche famiglie di artisti e operatori. Tra cassette della frutta di colore blu scuro, impilate una sull’altra, vestiti con tuta e caschetto, Michele Baronio alla chitarra e Tamara Bartolini si presentano come due operai. L’una lavora, l’altro canta, entrambi raccontano – lei come voce narrante, lui voce degli animali – la storia dell’asino, del cane, del gatto e del gallo, lavoratori anche loro ma ormai in procinto di essere cacciati, o addirittura uccisi, dai padroni, perché lenti e inabili al mestiere e ora risoluti nell’intraprendere il viaggio verso Brema per diventare musicanti.
Con le videoproiezioni a cura di Maddalena Parise e la musica punk suonata dal vivo da Baronio (da Anarchy in the UK a La mia banda suona il rock passando per Seven Nation Army) il duo da un lato rende la favola una meraviglia visiva e sonora per i bambini, che si divertono a tenere il tempo mentre vengono affascinati dai giochi di luci e video; dall’altro invitano l’adulto a leggervi come sottotesto significante l’urgenza politica insita non solo nello spirito di ribellione dei quattro animali ma anche nel viaggio, inteso non come meta ma tensione conoscitiva, apertura mentale in grado di contenere orizzonti da spostare sempre più in là. Una musica, questa, che i quattro protagonisti animali non smetteranno di suonare, e poco importa se non arriveranno mai a Brema per fare i musicanti; a contare sarà la loro ribellione: una favola meravigliosa con una morale concreta di azione. Cammina, cammina, cammina…

Lucia Medri