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Labirinto: cronaca di un’apparizione

di Letizia Bernazza

Sono le 14.45 di domenica 26 novembre 2017. Mi reco alla Pelanda di Roma. Le strade del quartiere Testaccio sono vuote. Ma non appena entro nel complesso dell’ex Mattatoio resto rapita da uno straordinario pullulare di persone. Grandi e piccoli si muovono entusiasti alla ricerca di spazi dove recarsi per partecipare ai diversi spettacoli, proposti dal fitto calendario di Romaeuropa Festival KIDS. Arrivo nel luogo in cui Fabrizio Pallara ha allestito il suo Labirinto . Il progetto architettonico è di Sara Ferazzoli. Conosco molto bene la storia de Il Teatro delle Apparizioni (è del 2008 la mia pubblicazione dedicata al loro lavoro e pubblicata dalla casa editrice Editoria&Spettacolo) e sono convinta di non restare delusa.
Prima di entrare e fare esperienza del Labirinto , il tempo della mia attesa si riempie di stupore e di meraviglia: osservo i bambini giocare tra loro; utilizzare costruzioni per creare mondi fantastici; saltare su piccoli gonfiabili; abbracciarsi e accarezzarsi; abbandonarsi su grandi e morbidi cuscini.
Arriva il mio turno. Davanti e dietro di me, gruppi di piccoli spettatori. Alcuni sono da soli, altri vengono accompagnati dai genitori. Mi lascio avvolgere dal buio, a tratti interrotto da flebili fasci di luce e da un’originale partitura sonora che ben sottolinea e amplifica il carattere visionario del viaggio che siamo chiamati a intraprendere.
<<Nel labirinto non ci si perde, nel labirinto ci si trova, nel labirinto non si incontra il Minotauro, nel labirinto si incontra se stessi>>. Le parole di Hermann Kern mi accompagnano insieme a quelle del programma di sala: <<Un labirinto per lasciarsi andare, cercare, sbagliare, tentare ancora, e poi uscire. La paura di entrare e di stare, il cammino da compiere all’interno, con le scelte che ogni esperienza pone di fronte>>.
Anche io, come gli spettatori che mi precedono e mi seguono, mi metto nella condizione di affrontare strade sconosciute e inesplorate. Mi metto all’ascolto delle voci, a volte impaurite altre divertite, dei bambini. Cammino tra i meandri del dedalo composti da un’originale costruzione di cassette verdi di plastica. Ho desiderio di sbirciare se i fori di quelle stesse cassette nascondano qualcosa. Intanto, i gruppi di piccoli spettatori vedono in me l’adulto da seguire per avere certezza di trovare l’uscita. Provo a rassicurarli, ma soprattutto tento di spronare ciascuno di loro a intraprendere con coraggio e pazienza le tante vie che alla fine si apriranno alla luce, malgrado i numerosissimi vicoli ciechi. <<Esplorate, inseguite, sostenete con fermezza passaggi ignoti che alla fine vi sorprenderanno>>, dico con salda determinazione. I miei consigli incontrano visi esterrefatti, occhi vispi che si incollano ai miei come a pretendere una soluzione. Di certo non sto a spiegare il messaggio della simbolica iniziazione sotteso alla metafora del labirinto. Cosa possono saperne loro di Cnosso, del Minotauro, della letteratura del labirinto investigata da Dürrenmatt, da Calvino o da Borges?
Coloro i quali sono accompagnati da una mamma o da un papà trovano la forza di rischiare. Quanti sono da soli provano timore a cercare il sentiero giusto o a tornare indietro per tentare un nuovo itinerario. Alcuni piangono smarriti. Le reazioni sono commoventi: <<Ma da qui non c’è alcuna via d’uscita>>, <<Ogni strada è chiusa, dobbiamo ancora tornare indietro?>>, <<Ma quando incontro i miei genitori che mi aspettano? Ho paura>>. Di nuovo, mi prodigo a infondere coraggio: <<Non abbiate timore. Fate un passo per volta. Vi perderete, ma per ritrovare la vostra strada>>.
Dopo diversi minuti esco. Le parole di Miguel Ángel Arcas mi sostengono:<< Da un labirinto si esce. Da una linea retta no>>.
Mi è stato riferito dalla compagnia de Il Teatro delle Apparizioni che tanti bambini sono tornati indietro e non sono riusciti a terminare il loro percorso. Ma questo soltanto il giorno stesso. Temerari, però, ci hanno riprovato l’indomani e hanno trovato l’uscita.
Terminato il mio viaggio ‘iniziatico’ , torno a casa. Non ho voglia di prendere l’autobus. Calpesto le foglie numerose che dalla Pelanda mi accompagnano fino all’Aventino. C’è più gente ora. Tanti padri e tante madri conducono i loro bambini verso il Macro Testaccio. Sono felice. La nostra Roma, spesso grigia e poco ospitale, inconsapevolmente è diventata un ‘labirinto accogliente’. Le parole dello scrittore e saggista giapponese Haruki Murakami mi sono di conforto:<<Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci con il penetrare anche nel tuo labirinto interiore>>.
Allora sono sicura, come recita lo scritto de Il Teatro delle Apparizioni, che <<… tutti noi che abbiamo preso parte al Labirinto ci siamo ritrovati forse un po’ più grandi, come piccoli eroi leggendari>>.